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La storia dell'Albania
POSIZIONE GEOGRAFICA E CARATTERISTICHE DEMOGRAFICHE
Kosovo copre un'area di quasi 11.000 kmq e confina a sudùovest con l'Albania, a nordùovest con il Montenegro e a est con la Serbia e a sud con la Macedonia. Il suo territorio può essere diviso in due aree distinte: quella orientale e quella occidentale, che i serbi chiamano rispettivamente Kosovo e Meothija (Dukagjin per gli albanesi). La prima è costituita da una vallata al cui centro si trova la capitale Pristina ed è densamente popolata, con importanti risorse minerarie e agricole ed è attraversata inoltre da un'importante linea di comunicazione stradale e ferroviaria che collega Belgrado alla Macedonia e al litorale greco. La seconda ha dimensioni più ampie ed è prevalentemente agricola. I confini del Kosovo sono segnati a sud, ovest e nord da catene montuose, tra le quali la più alta e inaccessibile è quella della Sar Planina, posta sul confine con la Macedonia. La popolazione del Kosovo era nel 1991 approssimativamente di 2.500.000 abitanti, di cui circa 2.300.000 albanesi, 120.000 serbi, con la presenza di altre minoranze come rom, turchi e musulmani. Si calcola che circa 400.000 albanesi, prevalentemente di età giovane, siano emigrati all'estero tra il 1989 e oggi. Dagli anni '70 è in atto una lenta, ma costante emigrazione di serbi verso le zone più ricche della Serbia. La densità del Kosovo è di 193 abitanti per kmq (più del doppio della media jugoslava all'inizio degli anni '90). Il tasso di crescita demografica, seppure diminuito negli ultimi anni, è il più alto d'Europa insieme a quello dell'Albania. La famiglia media è composta da 6,9 persone e nel solo quinquennio 1986ù1990 la popolazione del Kosovo è aumentata complessivamente del 23,4%.
DALL'IMPERO OTTOMANO ALL'OCCUPAZIONE SERBA
Il Kosovo è stato per quasi 500 anni, a partire dal XV secolo, sotto il dominio dell'impero ottomano, nell'ambito del quale ha vissuto un periodo iniziale di fioritura economica, dovuta soprattutto alle sue risorse minerarie e al fatto di essere attraversato da vie di comunicazione allora importanti. Tale periodo tuttavia è cessato tra il XVII e il XVIII secolo nel contesto generale di crisi economica e sociale dell'impero, che in Kosovo ha preso forme particolarmente acute. Nei fatti, dal XVII secolo il Kosovo è diventato una delle aree più povere e isolate dei domini ottomani in Europa, tanto che è solo nell'800 che sono state tracciate le prime, approssimative carte geografiche della regione. Nel 1867, nell'ambito di una riforma territoriale dell'impero ottomano, viene creata una grande unità amministrativa, il vilayet di Prizren, che comprende l'intero odierno Kosovo, più le regioni di Debar, Skopje e Nis (tutte a maggioranza o a forte presenza albanese). Nel 1888 l'unità amministrativa prende il nome di vilayet del Kosovo e viene esteso anche al Sangiaccato di Novi Pazar, mentre la capitale diventa Skopje. Il progetto della creazione di un vilayet che comprendesse tutte le popolazioni albanesi dell'area (cioè anche quelle dell'Albania attuale) è stato in quell'occasione accantonato dalle autorità ottomane. Nel 1878, nell'ambito del risveglio nazionale albanese, viene creata su iniziativa di Abdyl Frasheri, originario del sud dell'Albania, la Lega di Prizren, che nell'intenzione del suo promotore doveva lottare per l'autonomia territoriale degli albanesi, ma che inizialmente, visti i timori delle ali più conservatrici, si impegna solo a impedire l'occupazione da parte di eserciti stranieri e dichiara fedeltà al sultano. Nel giro di pochi mesi, tuttavia, si intensificano le tendenze autonomistiche, mentre la Lega si struttura anche militarmente e nel 1880 ottiene un controllo di fatto dell'intero territorio del Kosovo. La reazione di Constantinopoli è stata allora durissima e dopo l'invio dell'esercito ottomano nel 1881 e le devastazioni compiutevi vi è stato un periodo di più di 20 anni di continue rivolte e repressioni. Ai primi del '900 si intensificano le mire delle grandi potenze verso i Balcani e la Lega di Prizren adotta nuovamente una posizione di appoggio condizionato (e nei fatti ampiamente conflittuale) al sultano, nel timore di vedere le terre albanesi oggetto di nuove conquiste da parte degli occidentali e dei vicini stati balcanici. E' in questo contesto che nel 1912 si ha una massiccia insurrezione da parte degli albanesi, che arrivano a conquistare Skopje e avanzano la richiesta di una unificazione dei territori albanesi dell'impero ottomano, di una loro amministrazione autonoma e della creazione di un sistema educativo in albanese. Tutte le loro richieste verranno accettate, ma non vi sarà il tempo per applicarle, perché meno di due mesi dopo il Kosovo verrà invaso e occupato da truppe serbe. Nel 1912, infatti, scoppia la Prima Guerra Balcanica, con la quale Serbia, Bulgaria e Grecia mirano a spartirsi i territori europei dell'impero ottomano ormai agonizzante, con il sostegno delle varie potenze europee. Dal 1912 al 1918 l'intera regione, tra guerre balcaniche e Prima guerra mondiale, rimane in stato di guerra permanente, con continui rovesciamenti di fronte, che vedranno il Kosovo occupato prima dai serbi, poi dagli austriaci e dai bulgari e, infine, di nuovo dai serbi. L'intenzione della Serbia era quella di estendersi militarmente fino alla costa adriatica, a Durazzo, ma l'opposizione di Austria e Italia porterà nel dicembre del 1912 alla creazione di uno stato albanese corrispondente all'incirca a quello odierno. La decisione è stata il frutto di un compromesso, dopo che Francia e Russia si erano opposte alla creazione di un'Albania comprendente anche il Kosovo e le altre zone a maggioranza albanese.
IL DOMINIO SERBO TRA LE DUE GUERRENel 1918, terminate le guerre di conquista, viene proclamato il regno jugoslavo, che a sud vede una Serbia ampliata fino a coprire l'intero Kosovo e l'intera Macedonia. Nonostate la firma di accordi internazionali per la protezione dei diritti delle minoranze, la Jugoslavia non rispetterà mai tali impegni. Nessuna scuola in albanese verrà mai aperta nei più di venti anni di dominio serbo e la regione verrà tenuta volutamente in uno stato di degrado sociale e culturale, instaurando inoltre un regime di capillare controllo poliziesco. Per il regime di Belgrado gli albanesi non hanno un'identità propria e sono solo serbi che hanno perso la loro memoria storica. Nel 1913, l'ex primo ministro serbo Djordjevic aveva addirittura scritto un opuscolo nel quale sosteneva in tutta serietà che fino a pochi decenni prima gli albanesi avessero ancora la coda. Un altro importante personaggio, il prof. Vasa Cubrilovic, ha redatto nel 1937 per il governo jugoslavo un piano di espulsione in massa e con mezzi violenti degli albanesi dal Kosovo, affermando che "nel momento in cui la Germania può espellere decine di migliaia di ebreià la deportazione di qualche centinaia di migliaia di albanesi non porterà certo allo scoppio di una guerra mondiale". Il progetto, per il quale erano già stati presi precisi accordi con la Turchia, che avrebbe dovuto accogliere gran parte degli espulsi, doveva essere messo in atto in cinque anni tra il 1939 e il 1944, ma l'arrivo della Seconda guerra mondiale l'ha impedito. Sempre in un tale contesto, negli anni '20 il governo jugoslavo ha messo in atto una riforma agraria, che nel caso del Kosovo e della Macedonia si è trasformata in una vera e propria colonizzazione, che ha visto la requisizione della terra a molti abitanti locali, per assegnarla a coloni provenienti dalla Serbia. Nell'ambito di tale riforma, 14.000 famiglie serbe si sono trasferite in Kosovo. Il governo di Belgrado, allora come in tempi più recenti, ha avuto difficoltà nel mettere in atto per intero i propri intenti, vista la scarsa disponibilità dei serbi a emigrare in una zona estremamente povera e ostile come il Kosovo. Va notato che l'arrivo dei coloni è stato allora osteggiato non solo dalla popolazione albanese della regione, ma anche da quella serba autoctona, vittima anch'essa di requisizioni delle proprie terre.
Subito dopo la Prima guerra mondiale, nel 1918, i principali leader albanesi avevano creato un'organizzazione mirata a promuovere la resistenza agli occupatori, il "Comitato per la Difesa Nazionale del Kosova", detto comunemente "Comitato Kosova". Il Comitato ha organizzato nel corso del decennio successivo un movimento di resistenza coordinando le operazioni delle bande di kacaki, ovvero i briganti locali di nazionalità albanese. Le loro azioni hanno avuto tuttavia scarso successo a causa della spietata repressione serba e dallo scarso appoggio fornito dall'Albania che negli anni '20, con l'arrivo al potere di Re Zog, nei fatti un vassallo di Belgrado, si è trasformato in una persecuzione vera e propria, tanto che il leader del Comitato, Hasan Prishtina, è stato fatto uccidere dal governo di Tirana nel 1933. I leader del Comitato, tutti finiti assassinati tra gli anni '20 e gli anni '30, hanno cercato di intessere rapporti anche a livello internazionale, poco curanti di chi fosse disponibile a sostenere la loro causa, arrivando così a collaborare negli stessi anni con il Comintern e con i servizi segreti fascisti italiani.
Crimini di guerra commessi dall esercito terrorista serbo !!
Un rapporto dei Servizi Informativi dell'Esercito Jugoslavo (JNA) dà uno spaccato unico sull'ampiezza dei crimini di guerra che sono stati commessi nell'enclave del Kosovo nella primavera del 98.
Finita la guerra, degli ufficiali serbi hanno parlato per la prima volta delle intollerabili atrocità commesse dall'esercito Jugoslavo nel Kosovo durante la campagna di bombardamenti aerei della NATO.Un comandante ha ricordato di aver visto con orrore un soldato decapitare un bambino di tre anni davanti alla sua famiglia. Un altro ha descritto come i carri armati della sua unità aveva bombardato senza distinzione dei villaggi albanesi prima che la polizia paramilitare giungesse e ne massacrasse i sopravvissuti.Queste scioccanti confessioni sono state fatte da certi ufficiali che hanno preso parte ad una inchiesta comandata dall'Unità informativa dell'Esercito, nei mesi di gennaio e febbraio di quest'anno.Essi hanno dichiarato che questo rapporto interno dà per la prima volta una visione dell'ampiezza dei massacri in Kosovo, affermando d'essere scioccati dall'enormità dei crimini. Ciò che è particolarmente inquietante sono le testimonianze incrociate di ufficiali superiori che indicano nelle unità dell'Esercito Jugoslavo le responsabili della morte di almeno 800 bambini albanesi di meno di cinque anni.Molti ufficiali intervistati per l'inchiesta hanno dichiarato all'IWPR che queste erano destinate a valutare il loro morale sullo sfondo delle crescenti tensioni tra Serbia e Montenegro.I vecchi soldati hanno dichiarato di essere inorriditi all'idea di organizzare una campagna militare contro i loro cugini etnici. Essi affermano di essere stati traumatizzati per ciò che hanno visto nel Kosovo e certi tra loro per cercare di dimenticare hanno fatto ricorso all'alcool.Drazen, un ufficiale che ha preso parte alla campagna del Kosovo ha dichiarato: "Ho visto con i miei propri occhi come un riservista ha allineato circa 30 donne e bambini albanesi contro un muro. Pensavo che volesse semplicemente fargli paura, ma lui s'è seduto dietro una mitragliatrice antiaerea e ha liberato il grilletto. Le pallottole da 1.3 cm hanno dilaniato i loro corpi. Sembrava una scena di un pessimo film, ma è successo realmente".Drazen ha aggiunto: "Non so come potrò vivere con questi ricordi, come farò ad essere capace a crescere i miei figli. Non sono pronto ad accettare colpe collettive. Desidero che quelli che hanno commesso queste atrocità siano giudicati per i loro crimini".
Per molti ufficiali la propaganda di Belgrado comincia ad incrinarsi. Il comandante di un'unità di carri armati ha rapidamente smentito le dichiarazioni serbe secondo le quali la campagna in Kosovo era destinata ad annientare i separatisti albanesi. "Durante tutto il periodo in cui sono stato in Kosovo, non ho mai visto un solo soldato nemico e la mia unità non ha mai sparato su obiettivi militari".Ha parlato che dei carri armati ultramoderni erano stati inviati contro dei villagi albanesi indifesi. "Dei carri, che sono costati 2.5 milioni di dollari l'uno, sono stati utilizzati per massacrare dei bambini albanesi", ha dichiarato l'ufficiale. "Ho vergogna".
Un ufficiale di ricognizione che faceva parte di una brigata meccanica, ha dichiarato che i riservisti dell'esercito Jugoslavo nel Kosovo erano in preda ad una furiosa follia e che i loro comandanti non erano praticamente intervenuti per fermarli. "Durante una operazione di pulizia etnica in un villaggio del sud-est del Kosovo, abbiamo dato una mezza ora agli abitanti per abbandonare le loro case. Essi si tenevano in fila lungo la strada che usciva dal villaggio. Un riservista soprannominato Crni (Nero) s'è avvicinato ad un vecchio che portava un bambino di tre o quattro anni. Glielo ha strappato dalle braccia e chiesto un riscatto di 20.000 marchi tedeschi. L'albanese non possedeva altro che 5.000. Crni ha preso il bambino per i capelli, ed estratto un coltello gli ha tagliato la testa " '5.000 è troppo per il corpo' ha detto, poi è passato davanti agli altri abitanti tenendo la testa del bambino per i capelli".
Vladimir ha continuato: "Questo era successo davanti a decine di persone. Noi eravamo tutti sotto choc: alcuni soldati vomitavano, ed il nostro secondo tenente è svenuto di fronte al terribile spettacolo []"."Più tardi, Crni è stato dichiarato folle, e libero è stato rimandato a casa. Ma oggi lui è libero di passeggiare per le vie, sebbene abbia commesso questo orribile crimine".
Un vecchio soldato reduce delle guerre in Bosnia e Croazia ha dichiarato che l'esercito Jugoslavo era stato responsabile della morte di un numero incalcolabile di bambini durante il decennio passato."Io sono stato formato nelle più prestigiose accademie militari ed ho comandato un'unità d'elite della fanteria" ha dichiarato. "Il Kosovo rappresenta il terzo paese in cui l'esercito è stato responsabile della morte di bambini. Non ho potuto vedere molto del Kosovo perché ero già vecchio all'epoca, ma ho combattuto sul fronte in Croazia ed ho visto cose orribili".
Durante i lavori della Conferenza Internazionale che si è svolta ad Ulcinj in Montenegro sul tema "Verità, Responsabilità e Riconciliazione", Baskim Hisari, che rappresenta la Fondazione per il Diritto Umanitario di Pristina, si è concentrato sui crimini di guerra che sarebbero stati commessi dall'esercito Jugoslavo.
"Dei membri della Polizia militare, dell'Esercito e di Unità paramilitari sono responsabili della morte di centinaia di ragazzi" ha dichiarato Hisari. "Molte famiglie hanno perduto tutti i loro parenti maschi"."Nel solo villaggio di Bela Crkva, 64 persone sono state uccise mentre fuggivano davanti ai carri armati dell'esercito Jugoslavo. Un uomo, Sabri Popaj, gli ha seppelliti tutti, compresi i suoi due figli"."83 abitanti del villaggio di Celina sono stati uccisi, mentre a Velika Krusa 206 persone sono state giustiziate e 117 altre sono tuttora scomparse. Oggi nel villaggio non resta altro che qualche osso annerito, di cui certi provengono da corpi di bambini"."Certe famiglie hanno perso sino a sette bambini. Jovca Berisa, di Suva Reka, ha perso i suoi due bambini, così come 21 membri della sua famiglia".
. L'UCK, che era stato creato nel 1996 da un gruppo di qualche decina di persone, ottiene un grosso successo nel novembre del 1997 quando riesce per la prima volta a difendere un villaggio dall'arrivo di ingenti forze corazzate serbe. Si tratta del primo abbozzo della trasformazione dell'UCK da organizzazione terroristica in vero e proprio movimento di guerriglia insurrezionale, trasformazione che si compirà nel corso dell'anno successivo. Nel gennaio del 1998 la LDK espelle alcuni importanti leader che erano in dissidio con Rugova, il quale continua tra l'altro a sostenere che l'UCK è solo un'invenzione dei servizi segreti serbi, posizione che manterrà per svariati mesi ancora. Tra febbraio e marzo, una serie di massacri perpetrati dalle forze serbe nel Kosovo centrale fa scattare un vasto movimento di resistenza armata che porta migliaia di persone, soprattutto giovani, ad aderire all'UCK.i. La leadership kosovara rifiuta di dare legittimità a questo movimento e, contro la volontà dei partiti di opposizione che le boicottano, organizza elezioni nel mese di marzo, in pieno stato di guerra, che danno a Rugova un nuovo controllo assoluto del Parlamento. Si tratta della prima mossa che era stata chiesta dalle grandi potenze, la seconda essendo quella di avviare trattative con Milosevic, che si concretizzano nel mese di maggio con l'incontro tra quest'ultimo e Rugova, il quale tuttavia ormai non ha una rappresentatività politica sufficiente per condurre da solo negoziat